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Sabrina Ferilli, cinquant’anni di grande bellezza

medium_sabrinaferilliottobre2003

Il duetto tra la sua malinconica Ramona e il disilluso Jep Gambardella/Toni Servillo, è uno dei momenti più teneri e intensamente poetici della «Grande Bellezza» di Paolo Sorrentino ed è tra i vertici dell’intera carriera cinematografica di Sabrina Ferilli, che oggi festeggia il suo cinquantesimo compleanno.
Il ruolo della spogliarellista sul viale del tramonto poteva sembrare un azzardo per un’attrice che, da sempre, è l’icona della sensualità, ma lei non ha mai accettato fino in fondo l’idea di essere solo una bomba sexy, o il simbolo della sensualità mediterranea, riuscendo ben presto a diventare la beniamina dei più piccoli e, a differenza di altre sue colleghe, facendosi amare anche dal pubblico femminile: «Il fatto è che io sono molto più materna che “sex symbol” – ha confidato – credo che quello che piace di me sia proprio l’essere una donna “morbida”. I bambini poi si fidano perché con tutti i ruoli di madre che ho recitato, con l’essere affettuosa zia nella vita, con la mia voglia di scherzi e giochi, credo di avere imparato come trattarli e questo loro lo “sentono”». La carriera di Sabrina Ferilli è stata costruita dall’attrice con meticolosa dedizione: era stata bocciata al provino per l’ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Cinecittà («mi dissero che ero “troppo italiana”», ha raccontato), ma non si è data per vinta. L’esordio in «Caramelle da uno sconosciuto» di Franco Ferrini e le significative interpretazioni nel «Volpone» di Maurizio Ponzi e in «Americano Rosso» di Alessandro D’Alatri non erano bastate per far emergere il suo talento tanto che, con la consueta mancanza di fantasia, era stata definita la «Sharon Stone italiana».  La sua carriera sarebbe anche potuta finire lì ma, nel 1993, è arrivato «Diario di un vizio» di Marco Ferreri, diciannovesimo film da lei interpretato, che la vedeva coprotagonista e, finalmente, si è capito di avere a che fare con un’attrice vera. L’anno dopo «La bella vita», pluripremiata opera prima di Paolo Virzì, la lancia definitivamente e, da quel momento, il suo percorso è stato in continua ascesa, con un affastellarsi di proposte e contratti che l’hanno trasformata nell’icona di una sessualità ilare, felicemente abbinata al cinema d’impegno, da «Il giudice ragazzino» a «Vite strozzate», con riconoscimenti che comprendono tre Nastri d’argento, un Globo d’oro, tre Ciak d’oro e numerosi altri premi, incluse tre candidature ai David di Donatello. Negli anni l’attrice ha attraversato tutte le frontiere dello spettacolo, dal cinema al teatro, passando per la tv. «Non so se si possa identificare un “percorso” nel mio lavoro», ha detto, «io ho sempre cercato di recitare seguendo esclusivamente la capacità di appassionarmi ai singoli progetti. Per me “scegliere” non è stata mai una strategia, ho accettato le parti che mi sembravano giuste e ho rifiutato quelle che, per un motivo o per l’altro, non mi convincevano. Ho scelto di lavorare nel tempo, piuttosto che inseguire gratificazioni immediate e frettolose, se questo mi ha dato una certa stabilità e contentezza vuol dire che ho fatto le scelte giuste, no?».  Sul tema del tempo che passa e sull’umana paura di invecchiare che inquieta tutti, invece, l’attrice confessa che «sarebbe ipocrita dire che sono contenta di invecchiare, ma vivo bene. Dal punto di vista fisico il mio è un mestiere che aiuta a non avere età, annulla il dato anagrafico». Da parte sua la Ferilli non si è mai nascosta: donna di sinistra, figlia di un militante dell’ex Pci, non ha avuto paura di combattere in prima persona le proprie battaglie politiche, né ha fatto mistero del suo tifo per l’amata Roma che, nel 2001, l’ha portata ad onorare la promessa di spogliarsi in pubblico al Circo Massimo, per festeggiarne lo scudetto. Oggi l’attrice, senza disdegnare la televisione, continua a dividersi tra cinema e teatro perché, dice, «il teatro è la riappropriazione dell’elemento più primitivo che è in noi, con il fascino della tensione data dal pubblico. La sua “oscenità” un po’ mi spiazza: sul palcoscenico sudi, puzzi, c’è la saliva, la carnalità, è fatto di forza, di potenza. Il cinema è più discreto, intimo, fatto di sguardi e quindi lo sento più vicino a me, perché il cinema permette di guardarti dentro, mentre a teatro è tutto “fuori”». Però «ogni tanto però ho bisogno del piacere dell’applauso del pubblico – dice – perché il teatro è anche interazione e lo senti se funziona o no. Anche se non conosce guadagni, il lavoro che fai viene ripagato sul palcoscenico».

Sabrina Ferilli, cinquant’anni di grande bellezzaultima modifica: 2014-06-29T07:46:10+02:00da acristina30
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